Sul controllo nella fotografia poetica
Nella mia fotografia, mi muovo lungo una sottile linea di tensione: quella tra il controllo rigoroso e l’abbandono consapevole. Nulla è lasciato al caso, eppure cerco sempre quello spazio fragile, sospeso, in cui l’immagine sembra sul punto di cedere. Non inseguo la perfezione formale come fine: la attraverso, la uso, ma poi la lascio andare. La tecnica è presente, certo, ma non è mai la protagonista.
A volte scelgo di lavorare con pellicole scadute, con sovraesposizioni intenzionali, con dominanti cromatiche instabili e texture materiche. Questi non sono errori: sono atti poetici. Accolgo la degradazione del supporto come parte del linguaggio, trasformando l’imperfezione in significato. Quello che ne nasce non è una fotografia sbagliata, ma un’immagine che si lascia attraversare dal tempo, che fa del difetto un segno, del margine un centro.
Sotto questa apparente fragilità, però, c’è sempre una struttura salda. La composizione è per me un gesto misurato, quasi musicale. Ogni elemento – la luce, la prospettiva, la figura umana – trova un posto preciso. È in questo equilibrio tra costruzione e decostruzione che riconosco il mio modo di fotografare: un gesto imperfetto ma consapevole, dove il controllo non impone, ma ascolta la materia visiva.
In questa pratica lavoro spesso con una Mamiya RB67, una macchina medio formato 6×7 interamente meccanica, senza esposimetro. Richiede tempo, pazienza, ascolto. Scatto solo dieci fotogrammi per ogni pellicola: ogni immagine è frutto di una scelta meditata, mai automatica. Forse è proprio questa lentezza operativa che mi aiuta a sintonizzarmi con il tempo che passa, a viverlo dentro la fotografia. Ogni scatto diventa un frammento di memoria, un ricordo possibile.
La tecnica non scompare, ma diventa trasparente. Resta al servizio di una visione in cui il tempo, la memoria e la vulnerabilità dell’immagine si fondono in un linguaggio personale, intimo, a volte sottilmente sovversivo.
L’immagine in mostra è stata realizzata con la Mamiya RB67 su pellicola diapositiva Ektachrome 100 in formato 120. Ho utilizzato un’ottica da 90mm e inquadrato con la macchina su treppiede, scegliendo una composizione semplice e centrata, che lasciasse spazio al respiro della scena. La luce era quella del sole filtrata dalle nuvole: morbida, naturale, capace di accarezzare i volumi senza spegnerli. Ho scattato a 1/60 di secondo, con un’apertura ampia che mi permettesse di isolare il soggetto mantenendo la delicatezza dell’atmosfera. In quel momento il tempo sembrava sospeso, e forse proprio per questo la fotografia ha preso forma così com’è: come la foto di un ricordo.
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Questo spazio nasce per condividere il mio percorso, fatto di parole e immagini, e per indagare la fotografia contemporanea in tutte le sue forme: dalle mie ricerche personali agli sguardi collettivi, dalle tecniche tradizionali alle sperimentazioni più radicali




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