Compagnie silenziose

Compagnie silenziose

Tra daini inattesi e funghi silenziosi, una giornata a Volano che rivela il mio modo di fotografare.

Pochi giorni fa sono stato al Lido di Volano, sul litorale ferrarese, a un passo dal Delta del Po. È una zona particolare, sospesa, che sembra appartenere più al tempo che alla geografia. Forse è per questo che qui mi sento al mio posto, soprattutto in autunno. Ho sempre avuto un debole per il mare fuori stagione: quella calma fredda che sale dalle onde e si infila nella pelle mi rimette in ordine, come se svuotasse il rumore per lasciar spazio a un pensiero più lento. È la stessa sensazione che ritrovo nei boschi e in montagna — una sorta di chiarificazione silenziosa che a volte mi è necessaria.

Questa volta, però, il mare era soltanto una promessa dietro le dune. A catturare subito me e i miei amici, appena lasciata la macchina, è stata la pineta. Fitta, quasi impenetrabile alla vista, viva di quelle ombre compatte che drenano la luce in un istante. Avrò perso almeno tre stop* nel passaggio dal sentiero luminoso all’interno del bosco. Non me lo aspettavo così buio, e forse è proprio questo che mi ha messo in uno stato d’attenzione diverso, più animale, come se stessi entrando in un mondo che dovevo meritarmi passo dopo passo.

Ero venuto con un’idea precisa: fotografare i daini che popolano la Riserva Naturale di Volano. Di solito si lasciano avvicinare abbastanza da rendere più che sufficiente un 24–70mm, ed è per questo che avevo preferito portare lui invece del mio fidatissimo 100mm macro. Sulle spalle, insomma, avevo l’attrezzatura del fotografo che guarda “lontano”, non quella del fotografo che si inginocchia.

Ma è bastato poco per capire che la giornata avrebbe preso un’altra strada.

Il sottobosco era letteralmente punteggiato di funghi. Sembravano emergere da ogni strato della lettiera, come se l’umidità accumulata nei giorni precedenti avesse deciso proprio oggi di restituire vita in eccesso. Tra le specie più diffuse ho riconosciuto subito la Macrolepiota procera — la mazza di tamburo — con i suoi cappelli larghi e elegantemente squamati, quasi piccoli ombrelli dimenticati dalla notte.

A suo modo, il 24–70mm si è rivelato un alleato perfetto: mi ha costretto a guardare da prospettive insolite, a comporre più con lo spazio che con il dettaglio, a integrare ambiente e soggetto invece di isolare il micelio in un ritratto clinico da macro. Ho dovuto chinarmi di più, giocare con la distanza minima di messa a fuoco, cercare lo scatto non nell’ingrandimento ma nella relazione tra fungo, foglie, luce residua della pineta. È strano come, a volte, l’attrezzatura che ci “manca” ci costringa a essere più sinceri. Un macro l’avrei usato in modo quasi automatico, affidandomi a quella familiarità rassicurante che ho con la lente. Con il medio-grandangolo, invece, sono stato obbligato a rinnovare lo sguardo: a vedere la mazza di tamburo non come un soggetto da estrarre dal contesto, ma come un piccolo nodo dentro un ecosistema che quel giorno era più protagonista di tutte le altre creature.

Sono riuscito a scattare solamente una fotografia di un daino, scattata tra le prime 50 foto della giornata, e reputandomi soddisfatto, non ho più ricercato lo stesso soggetto.

La prima cosa che colpisce è la qualità della luce: una luce fredda, laterale, che filtra dalle aperture della pineta e cade sulla radura esattamente dove si trova l’animale. Una spot-light naturale. È una luce morbida ma direzionale, che separa il daino dal caos visivo del bosco senza staccarlo del tutto: i toni freddi del sottobosco e il marrone del manto si armonizzano invece di entrare in contrasto.

Dal punto di vista compositivo, la foto lavora su un equilibrio interessante: soggetto centrale ma contesto dominante. Le linee dei tronchi — verticali, dure, ripetute — costruiscono una griglia fitta che incornicia e quasi “trattiene” il daino dentro il bosco. Le diagonali dei rami caduti guidano l’occhio verso di lui senza bisogno di gesti enfatici.

La scelta del 24–70mm qui diventa determinante.
Una focale più lunga avrebbe isolato il daino e compresso la scena, perdendo l’atmosfera della pineta. Una focale più corta avrebbe rischiato di distorcere o di far perdere presenza all’animale. Così com’è, la distanza restituisce una sensazione di rispetto: sei abbastanza vicino da coglierne lo sguardo, abbastanza lontano da non invadere.

La profondità di campo non è estrema: mantiene leggibili i primi piani e, soprattutto, la trama intricata degli alberi alle sue spalle. Questo dà respiro e contesto allo scatto, sottolineando che l’animale non è solo nel bosco — è parte del bosco.

Infine, lo sguardo frontale del daino, fermo ma non allarmato, definisce lo scatto più di ogni altra cosa. È quell’istante sospeso che raramente dura più di un secondo. Ma ciò che colpisce davvero è che l’immagine non è spettacolare in senso cinematografico: non c’è un controluce epico, non c’è uno sfondo pulito, non c’è un gesto drammatico. C’è solo sincerità. È la fotografia di un incontro reale, non costruito. Di un animale che non ti concede una posa, ma una presenza.

Guardandola, sembra quasi che il bosco abbia aperto per un momento un varco nella sua densità e mi abbia mostrato uno dei suoi abitanti con una gentilezza che non si può pretendere. È una presenza viva dentro un luogo vivo. Quasi una figura che emerge dal buio per ricordarti che, nel bosco, non sei mai soltanto osservatore: sei osservato.

E forse questa è la cosa più bella: che il vero protagonista non è il daino, e neppure me, ma la relazione breve che si è creata tra noi due. Una relazione fatta di distanza, ascolto, reciproca prudenza. È una foto che racconta, più di altre, come mi muovo nel mondo: con attenzione, con curiosità, e con quel rispetto quieto che il bosco sembra riconoscere.

Dopo l’incontro con il daino, che è stato un lampo quasi simbolico, questa fotografia della Macrolepiota procera è tornata a riportarmi esattamente nel ritmo che aveva definito l’intera giornata: uno sguardo basso, ravvicinato, paziente. In un certo senso, è lo scatto che più rappresenta il mio modo di essere quando fotografo nel bosco.

Dal punto di vista tecnico, lo scatto gioca su due elementi chiave: la prospettiva bassissima e la gestione della luce scarsa.

La scelta di avvicinarti al terreno — quasi a livello del cappello del fungo — permette di restituire la sua imponenza naturale, trasformandolo da semplice elemento del sottobosco a soggetto principale. Il 24–70mm, con la sua distanza minima di messa a fuoco, si dimostra ancora una volta più duttile del previsto: ti dà un’inquadratura intima ma non claustrofobica, in cui il soggetto respira e allo stesso tempo domina.

La profondità di campo ridotta scolpisce nettamente il primo fungo, lasciando gli altri sullo sfondo in un bokeh morbido che crea una sorta di micro-narrazione: non è un fungo isolato, ma parte di una piccola comunità. Questo aiuta a mostrare la dimensione reale del luogo, la sua ricchezza, senza però distrarre.

La luce del bosco è quella tipica delle giornate autunnali umide: diffusa, morbida, appena sufficiente. In questo caso, la sottoesposizione naturale della scena diventa parte del linguaggio visivo. Le tonalità fredde, la dominante blu-verde e il contrasto basso restituiscono un’atmosfera quasi fiabesca — ma senza artificio. È il bosco com’era davvero in quel momento: buio, umido, silenzioso.

Non c’è bisogno di un flash né di una luce artificiale: la scelta di lavorare con ciò che la pineta offriva è ciò che rende credibile, autentica e coerente l’immagine.

La mazza di tamburo, vista così, da sotto, diventa quasi un’architettura naturale. Le lamelle sembrano travi, il gambo sembra un pilastro consumato da anni di umidità, il cappello una sorta di tetto aperto verso la luce filtrante. È come se il fungo fosse una piccola cattedrale del bosco, minuscola ma complessa, fragile e perfetta nel suo equilibrio.

Ma più di tutto, questa foto racconta una cosa semplice: dov’era la mia mente durante la giornata. Non in cerca dell’evento spettacolare — quello mi ha raggiunto da solo. Io ero alla ricerca del dettaglio, del ritmo quieto del sottobosco, del mondo che si lascia vedere solo da vicino.

La mia attrezzatura: Una reflex FF e un obiettivo versatile
Il mio 100mm Macro che riposa nel mio studio
La coppia di slitte micrometriche utilissime in lavori di precisione che non ho portato con me
Un momento, un attimo, uno sguardo
Il sovrano del Bosco

Riguardando le foto scattate quel giorno — il daino apparso come un’epifania e la mazza di tamburo scoperta chinandomi tra gli aghi di pino — mi accorgo che il filo che unisce tutto non è il soggetto, ma il mio modo di stare nel mondo mentre fotografo. Il mio metodo, se così si può chiamare, non è mai davvero una strategia: è più un atteggiamento, una postura mentale.

Vado nei luoghi senza aspettarmi nulla, e infatti spesso torno a casa con qualcosa che non avevo previsto. Mi lascio guidare dai dettagli, dalle luci improvvise, dai silenzi lunghi del bosco. È un procedere lento, con lo sguardo che va e torna, a volte verso l’alto, più spesso verso il basso. Ed è proprio in questo oscillare che mi riconosco: non sono un fotografo che “cerca la scena perfetta”, ma uno che si lascia toccare dalle piccole cose che accadono mentre si guarda altrove.

La verità è che fotografo come cammino: senza fretta, senza troppo rumore, con la disponibilità a cambiare direzione ogni volta che qualcosa mi richiama. E questo dice molto di me. Dice che ho bisogno di perdermi un po’ per ritrovarmi davvero. Che cerco più relazioni che risultati. Che quello che mi attira non è mai l’immagine “imponente”, ma l’incontro — qualunque forma abbia.

Forse è per questo che il daino e il fungo hanno la stessa dignità nei miei scatti. Sono due modi diversi in cui la natura si è rivelata, e io ho semplicemente cercato di essere presente. In fondo, il mio metodo non è altro che questo: ascoltare prima di fotografare.

Ed è nelle fotografie che ne nascono, così diverse tra loro eppure così coerenti, che riconosco la parte di me che porto sempre con me nel bosco: una parte che preferisce osservare, aspettare, e lasciare che le cose arrivino quando sono pronte.

*Stop: Unità di misura della quantità di luce usata in fotografia

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2 risposte a “Compagnie silenziose”

  1. Avatar Stefano Villani
    Stefano Villani

    Che dire Mattia, le foto mi piacciono molto. Quella del daino è semplicemente affascinante. Tutte regalano un mix di luci e cromie accattivante che trasmette molta armonia, tranquillità ed energia. Il racconto è piacevole e tecnico al contempo e ti dice che dietro alla reflex, ci sono un occhio che sa vedere, una mente che interpreta e un cuore che sente. Grazie

    1. Avatar Mattia

      Ti ringrazio Stefano!

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