Memoria a colori spenti, in viaggio con la Nikon F3
Era uno di quei sabati che nascono senza troppe pretese. Una gita con amici, zaini leggeri, una cartina mal piegata e l’idea di raggiungere la cima del monte Ventasso. Salimmo tra chiacchiere e risate, ma più salivamo, più il tempo si chiudeva intorno a noi. Il cielo era basso, opaco, e il vento ci tagliava la faccia come una lama gentile ma insistente. In vetta, il mondo era sparito: solo nebbia fitta, bianca, uniforme. Uno spazio senza profondità. Nessun panorama. Nessun orizzonte.
Fu scendendo di quota che accadde qualcosa. Le nubi si aprirono in uno squarcio silenzioso e davanti a me si distese un paesaggio brullo, roccioso, segnato dal tempo e dal gelo. Una parete quasi verticale, frastagliata e dura, e attorno il vuoto, come se ogni elemento avesse preso le distanze da tutto il resto. Era uno scenario povero, ma perfettamente composto. Una bellezza spoglia, senza ornamenti, che non chiedeva nulla se non di essere vista.
In quel momento ho estratto la Nikon F3, fedele compagna di molte passeggiate. Montavo un 50mm, probabilmente il f/1.8, e nella macchina avevo caricato una Kodak ColorPlus scaduta da decenni — non per vezzo, ma perché ne avevo ancora qualche rullino dimenticato in un cassetto, e volevo vedere cosa avesse ancora da dire.
L’esposizione l’ho misurata ad occhio, come spesso faccio con la F3 quando la batteria è stanca o il tempo stringe. Forse 1/125 a f/5.6, qualcosa del genere. Quello che sapevo, però, è che quella pellicola scaduta avrebbe risposto in modo incerto. E in fondo lo desideravo: non mi interessava una fedeltà cromatica, ma una trascrizione incerta, poetica, imprecisa.
Il negativo, una volta sviluppato, confermò i miei sospetti e le mie speranze. I colori erano smorzati, con una dominante morbida e malinconica. I verdi viravano verso l’ocra, i grigi prendevano toni crema, come se la scena fosse già un ricordo nel momento stesso in cui l’avevo vista. La grana, più presente del normale, restituiva una tessitura che sembrava appartenere a un sogno interrotto.
Criticamente, potrei dire che la foto ha mille difetti: una leggera sottoesposizione, una resa cromatica alterata, una composizione quasi troppo semplice. Eppure — o forse proprio per questo — è un’immagine che sento mia. Non è una rappresentazione fedele di un luogo, ma il documento emotivo di un momento.
C’è in quella fotografia una sospensione, uno spazio mentale. Qualcosa che sta tra il silenzio e la memoria. Una bellezza non appariscente, ma necessaria. E la pellicola scaduta ha fatto il suo lavoro: ha sottratto anziché aggiungere, ha cancellato anziché descrivere, lasciando solo ciò che contava davvero.
La mia Nikon F3 non è una macchina qualunque, ma uno strumento con cui si è creato nel tempo un rapporto di fiducia e complicità. Mi fu regalata assieme a una Nikon F4 molti anni fà, al principio della mia formazione, da uno zio con cui condivido la stessa passione. Nessuna ostentazione o feticismo del marchio: semplicemente, è la macchina giusta per questo tipo di lavoro. Piccola, compatta, in gran parte manuale, la F3 è una 35mm che riesce a essere discreta e presente allo stesso tempo. Il suo design essenziale, pulito, funzionale, la rende un’estensione naturale dell’occhio e del corpo, soprattutto quando ci si muove su terreni accidentati o in condizioni difficili. Non c’è bisogno di pensarla troppo: lei è sempre pronta, fedele compagna di molte avventure tra i monti, capace di resistere a vento, pioggia, freddo, e di restituire immagini che, nonostante gli anni, conservano intatta una loro vibrante poesia.
La pellicola era una Kodak ColorPlus, scaduta da decenni. Non per scelta stilistica, non per moda o nostalgia, ma per curiosità e per caso: era ciò che avevo con me quel giorno. Le emulsioni invecchiate hanno una voce propria, imprevedibile. I colori si alterano, i contrasti si affievoliscono o si esasperano, nasce una sorta di instabilità poetica. In questo caso, i toni si sono fatti più spenti, quasi polverosi, con un cast leggermente ambrato che ha contribuito a restituire la sensazione sospesa e remota del paesaggio montano. È come se la pellicola avesse filtrato il mondo attraverso una memoria imperfetta, aggiungendo un velo di sogno o di dimenticanza. Non sempre funziona, ma qui ha restituito esattamente quella fragile vibrazione che sentivo camminando in silenzio sotto un cielo grigio, dentro un tempo che non aveva fretta.
Mi accorgo che gli anni passano anche per me. La fotografia di montagna — lenta, pesata, meditata — mi obbiga a sospendere il mio tempo personale per dedicarmi ad una visione, però mi costringe anche a riflettere sullo scorrere del tempo e sui significati che ho bisogno di cercare, ma anche di lasciare andare. Queste immagini raccontano più di una scalata o di un paesaggio: testimoniano un tempo che è esistito, il cui peso continua a spostare gli equilibri del mio pensiero. Il tempo sta passando. E la strada che ho di fronte conta tanto quanto quella che ho già attraversato. Solo io so — o forse nemmeno io so davvero — dove mi trovo e cosa sto cercando. Ma ovunque sarà, la mia F3 sarà con me.








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