La forma del mare

La forma del mare

Manuale per perdersi nel mondo della fotografia in soli 4 passaggi

I. La Fotografia come linguaggio

È il 2014.
Ho diciotto anni e pratico la fotografia da quasi dieci.

In questo momento so usare il mezzo fotografico senza che la macchina si frapponga tra me e l’immagine. La tecnica non è più un ostacolo, non è più una domanda urgente. È diventata un terreno stabile, qualcosa su cui posso camminare senza guardare continuamente dove metto i piedi.

Ho attraversato la fase dell’apprendimento, dell’accumulo, della disciplina. Ora sento il bisogno di spostarmi altrove. Entrare in una fase esplorativa, in cui la perizia non serve a dimostrare nulla, ma a mettere alla prova le regole, a verificarle sul campo, a capire quando seguirle e quando lasciarle andare.

Inizio a cercare immagini semplici. Immagini che si reggono su pochi elementi, sul colore, sulla relazione tra le forme. Non per ridurre, ma per togliere il superfluo. Per capire cosa resta quando smetto di cercare effetti e inizio a cercare senso.

In questo periodo la mia fotografia non sente alcuna urgenza di rielaborare il mio vissuto. La mia è una vita piuttosto tranquilla, e non avverto il bisogno di forzare un significato dove non c’è.

La fotografia è una compagna, al pari dei miei amici. Le mie immagini parlano di loro, dei luoghi che attraversiamo, delle nostre avventure semplici. Non c’è una riflessione strutturata, non c’è un’intenzione dichiarata.

Ciò che vedo è ciò che fotografo.
Ciò che sento, per il momento, rimane chiuso in me.

Le immagini di questo periodo sono semplici, ben composte, rispettose delle regole. Non cercano di dire altro rispetto a ciò che mostrano.

In quel momento non sentivo alcuna urgenza di rielaborare il mio vissuto. La fotografia accompagnava una vita tranquilla, fatta di amici, di viaggi, di esperienze leggere.

Fotografavo ciò che vedevo, e questo mi bastava.

In una fotografia una mano si apre verso l’obiettivo. È coperta di colore, ma il gesto è fermo, leggibile, quasi sospeso. Il soggetto è semplice e isolato: non c’è contesto che distragga, non c’è racconto che debba essere completato altrove. Il colore diventa materia, presenza fisica, superficie. La composizione è diretta, equilibrata, costruita per rendere il gesto immediatamente comprensibile. L’immagine non chiede interpretazioni: mostra un fatto visivo e si affida alla sua chiarezza.

Nell’altra fotografia lo sguardo si allontana. Il paesaggio è ampio, ordinato, costruito su una gerarchia precisa di piani. Le linee guidano l’occhio con naturalezza, la montagna occupa il centro dell’immagine come un elemento stabile, non spettacolare. Non c’è tensione, non c’è dramma. La fotografia registra una presenza nel mondo più che un evento: un punto di vista corretto, una distanza giusta, un equilibrio raggiunto.

Insieme, queste due immagini parlano di una fotografia che si fonda sulla stabilità. Una fotografia che osserva senza intervenire, che organizza lo spazio senza forzarlo. Il gesto ravvicinato e il paesaggio distante condividono lo stesso atteggiamento: rispetto delle forme, fiducia nella composizione, attenzione al colore come elemento strutturale. Sono immagini che non cercano di dire più di quanto mostrano, e proprio per questo trovano una loro misura. Queste fotografie sono il punto più alto di un equilibrio temporaneo, un luogo in cui forma e intenzione coincidono, prima che qualcosa, inevitabilmente, cambi.

II. L’innocenza della perizia

È il 2016. Ho vent’anni e inizio l’università.
Scopro quanto in profondità può scendere la mia visione: del mondo e di me stesso.

Seguendo le lezioni di storia della fotografia del professore Claudio Marra, ripercorro gli eventi che hanno segnato la fotografia e quelli in cui la fotografia ha segnato il mondo. Le immagini smettono di essere solo immagini: diventano strumenti, prese di posizione, conseguenze. Ogni autore è una possibilità aperta, ogni opera una soglia.

La voglia di mettermi alla prova con i giganti è irresistibile. Qui posso portare tutto ciò che so a un altro livello, uno a cui non avevo mai aspirato prima. Non si tratta più di saper fotografare, ma di capire perché farlo, e da dove farlo.

Il confronto con i giganti diventa, in questa fase, una necessità inevitabile. I miei primi punti di riferimento si strutturano attorno ad Ansel Adams, figura cardine non solo per la qualità delle sue immagini, ma per il metodo rigoroso e il pensiero sistemico che ha saputo costruire attorno alla fotografia. Da lui apprendo che la fase di ripresa è solo un frammento di un processo molto più ampio, che trova il suo compimento nello sviluppo e nella stampa. Ogni passaggio possiede un proprio linguaggio, una propria responsabilità espressiva, e la padronanza di queste fasi non è un vezzo tecnico, ma una condizione necessaria per dare forza e profondità a una visione. L’incontro con Adams segna per me l’inizio di una tensione verso una tecnica che aspira alla perfezione, non come fine, ma come strumento di libertà.

Durante gli studi ho poi la fortuna rara di incontrare uno degli ultimi allievi diretti di Alfred Stieglitz. Attraverso le sue lezioni entro in contatto con una tradizione lunga, quasi artigianale, fatta di ricette di bottega, di tempo condiviso, di sperimentazione lenta e consapevole. I pomeriggi trascorsi a esplorare le potenzialità del mezzo non nutrono soltanto le mie competenze, ma rafforzano la mia passione. È in questo contesto che comprendo come la fotografia non sia obbligata a restituire una verità oggettiva del mondo, ma possa legittimamente diventare una riflessione sul modo in cui io stesso lo percepisco. Vengo così iniziato al Pittorialismo: una corrente che storicamente cercava una resa quasi pittorica dell’immagine fotografica. Pur non avendo mai creduto che l’arte fotografica debba necessariamente imitare la pittura per legittimarsi, interiorizzo profondamente la sua lezione più importante: una fotografia che rinuncia alla mera copia della realtà può diventare uno spazio evocativo, aperto, modellato interamente dalla volontà e dallo sguardo dell’autore.

Infine, emerge la figura di Man Ray, il mio ultimo grande maestro spirituale. Esponente del Dadaismo e del Surrealismo, Man Ray incarna per me la possibilità di una fotografia libera da appartenenze rigide. La sua pratica non si è mai lasciata rinchiudere in una sola corrente, ma ha attraversato linguaggi, tecniche e pensieri con una naturalezza disarmante. È stato un innovatore tecnico quanto un pensatore radicale. A vent’anni, scoprire che la fotografia non doveva per forza obbedire a un solo genere o a un unico modo di essere esperita è stato rivelatorio. Pensiero e manualità, forma e concetto: perché scegliere, quando possono coesistere?

III. Massima apertura, minima distanza

E’ il 2017 e intanto la mia vita perde linearità. È più confusa di quanto vorrei. Il controllo, che fino a poco prima sembrava solido, diventa fragile. Perderlo è sempre più facile, quasi inevitabile.

Rimanere sopraffatti da ciò che sta accadendo al mio corpo e alla mia mente non è una possibilità remota, ma una fine annunciata. E allo stesso tempo, un passaggio necessario. Un punto di non ritorno nella mia crescita.

Fino a ieri mi sentivo qualcuno che aveva padroneggiato il mezzo alla perfezione. Oggi scopro di non sapere ancora nulla della vera fotografia. Questa consapevolezza non mi paralizza: mi accende. La mia fame di sapere è al culmine, e subito dietro arriva la mia fame di vita.

In questo nuovo contesto non perdo tempo. Mi butto in ogni circostanza in cui mi ritrovo. Frequento i locali in cui si discute di temi culturali e di rappresentazione, visito le gallerie, conosco gli artisti emergenti della città. Entro nei centri sociali, nelle lotte studentesche, nelle proteste rosse che riempiono piazze e marciapiedi. Ovunque sento che qualcosa sta accadendo, cerco di esserci.

Il mio corpo cambia statuto. Non è più soltanto mio e non è più soltanto uno spazio occupato. Diventa un baluardo di resistenza e di espressione, un luogo politico prima ancora che individuale. I miei capelli si allungano come l’orizzonte, i miei vestiti portano addosso i segni delle battaglie. Non sono scelte estetiche: sono tracce di attraversamenti.

In questo momento la fotografia non osserva da lontano. Cammina con me, si sporca, prende posizione. Non so ancora che forma avrà, ma so che non potrà più limitarsi a restare al sicuro.

La mia fotografia si apre alla massima apertura, esattamente come faccio io con le esperienze che attraverso. Il mio obiettivo principale è un 50mm, e scatto quasi esclusivamente a f/1.8. Non è una scelta neutra: è una necessità.

Voglio entrare nel vivo di ogni cosa. Ridurre la distanza, accettare il rischio della messa a fuoco, lasciare che il resto del mondo scivoli fuori campo. La profondità di campo si assottiglia, l’immagine diventa fragile, esposta. Come me.

Stringo forte un pensiero semplice: tutto può essere conosciuto davvero solo se mi perdo. Solo se rallento, se mi avvicino, se prendo il tempo di osservare da vicino. La fotografia non serve più a tenere tutto insieme, ma a scegliere cosa resta e cosa scompare.

IV. La dissoluzione della forma

E’ il 2019. In questo momento non cerco chiarezza. Cerco prossimità.

In queste immagini la fotografia smette di descrivere il mondo e inizia a rispondere a una necessità interna. Le forme del reale non sono più il riferimento principale: diventano superfici, pretesti, frammenti su cui proiettare un pensiero che non trova ancora una forma stabile. L’immagine non registra, ma rielabora. Non osserva, interroga.

Il corpo entra in scena con decisione. A volte è presente, a volte è evocato, a volte è sostituito da oggetti, luci, simboli. Non è più un semplice soggetto fotografato: è un luogo di tensione. La pelle, la postura, il buio che lo circonda raccontano una vulnerabilità esposta, ma mai completamente spiegata. La fotografia non chiarisce, protegge. Lascia che alcune zone restino in ombra.

L’amore attraversa tutte queste immagini come un campo magnetico. Non è rappresentato come esperienza risolta o pacificata, ma come presagio, come possibilità distante. È osservato, studiato, esperito per approssimazioni. I riferimenti visivi si moltiplicano, si sovrappongono, si riflettono l’uno nell’altro, come se l’amore fosse qualcosa da comprendere per accumulo, mai per sintesi.

In questo processo, il fotografo diventa il soggetto. Non per narcisismo, ma per necessità. Il corpo porta i segni del passaggio, della frattura, di un momento oscuro che ha inciso più in profondità di quanto le immagini possano dire apertamente. La fotografia non mostra la ferita, ma ne registra l’eco: nella luce instabile, nelle composizioni chiuse, nello spazio che sembra comprimersi attorno alla figura.

Queste immagini non cercano risposte. Sono il luogo stesso delle domande. Interrogazioni che non concedono tregua, che tengono svegli, che costringono a tornare più volte sullo stesso punto senza mai esaurirlo. Qui la fotografia diventa un atto di resistenza silenziosa: un modo per restare, per guardare, per continuare a tenere aperto ciò che non può ancora essere risolto.

Sono passati molti anni dalla prima volta in cui ho tenuto tra le mani la mia prima macchina fotografica. Oggi riesco a distinguere una fotocamera che contiene un rullino da una scarica soltanto dal peso. Ho capito — e razionalizzato — che la scelta del diaframma dipende esclusivamente da quanto siamo disposti a mostrare del mondo a cui apparteniamo.

Ho finalmente raggiunto la forma che desideravo: liscia, complessa, profonda. E poi l’ho gettata nel mare.

Non cerco più di correre al passo dei giganti. Non mi interessa più fare fotografie che riflettano il mondo. Dopo essermi lasciato attraversare dall’occhio del ciclone, non chiedo più alla fotografia di spiegare nulla, se non mostrarmi chi sono. In tutti questi anni non ho mai trovato una forma stabile da poter chiamare casa. Ho abitato mille mondi diversi e sono stato chiamato con altrettanti nomi.

La fotografia è stata prima un ricalco. Poi un esercizio di stile. Poi una compagna di vita. Un modo di stare al mondo. Un pensiero che prende forma prima ancora delle parole. È stata il riflesso dei miei pensieri: di quando crescevo senza accorgermene, di quando il tempo sembrava infinito e non sentivo il peso dei granelli di sabbia che scivolavano tra le dita. Di quando la notte era il momento di andare a caccia degli sguardi di una persona che amavo, e il giorno serviva solo a dormire, abbracciati, fino a dimenticarsi del resto.

La fotografia mi ha insegnato più di quanto possa essere scritto in un manuale. Più di quanto si possa apprendere restando a guardare da fuori. È stato necessario perdermi in un mondo fatto di specchi, ed è lì che finalmente ho perso la forma.

Le fotografie di quel periodo non mostrano: registrano. Non sentono il bisogno di spiegare. Sono visioni e approssimazioni, tentativi, derive. Un modo per perdere ogni certezza e abbandonarmi in questo mare.

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2 risposte a “La forma del mare”

  1. Avatar Vincenzo
    Vincenzo

    Davvero molto interessante

    1. Avatar Mattia

      Ti ringrazio Vincenzo!

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