Avvicinare l’orizzonte

Avvicinare l’orizzonte

Come ho imparato a camminare in salita e vivere felice

I. VEdere me attraverso di te

In un altro momento della mia vita, molto diverso da quello che ho raccontato nel precedente articolo, la fotografia ha assunto per me una funzione opposta ma altrettanto vitale.

Non era più il gesto immediato a guidarmi, ma la tecnica, la sua lentezza, la sua complessità. In un periodo di forte agitazione e ansia, la precisione è diventata un rifugio, un modo per restare, per respirare. Uno spazio in cui poter riversare tutta la mia attenzione per poterla distogliere dai problemi della vita di tutti giorni.

È in questo contesto che nasce la serie delle panoramiche multi ROW¹. Un lavoro apparentemente orientato all’estrema fedeltà, ma che in realtà non cerca mai una rappresentazione oggettiva del reale. Al contrario, tenta di essere fedele a come io percepivo quello spazio, a come il mondo mi appariva in quel momento: nitido fino all’eccesso, stratificato, iper-dettagliato, quasi sovraccarico. L’uso di tecniche raffinate, la somma di più scatti, il controllo maniacale del colore, della luce, della continuità visiva non erano un esercizio di stile. Erano un modo per dare una forma stabile a una percezione instabile.

II. Il primo contatto

La mia prima esperienza con questo tipo di fotografia nacque quasi per caso. Nel 2020 partecipavo a un workshop per girare un cortometraggio basato su un mio soggetto. Il titolo era Viaggiatori Leggeri: raccontava la storia di un ragazzo che aveva molta paura del futuro e nessuna certezza intorno a sé. Spinto da questa sensazione insopportabile, decide di lasciare il paese e cercare altrove una vita più vicina a quella che avrebbe desiderato. Il titolo rifletteva sull’intimità interiore di chi non ha più nulla in cui credere, e su quanto quel vuoto fosse tutt’altro che leggero. E’ quasi scontato dire che in questo personaggio ci fosse moltissimo di me e del modo in cui percepivo la vita e il mondo circostante in quel periodo.

Tornando alla fotografia, il mio primo contatto con la panoramica avvenne durante le uscite di scouting per le location del corto, insieme al direttore della fotografia Luigi Ottani, al regista Ado Hasanović e all’autrice del progetto Roberta Biagiarelli. Girammo per una mattinata tra le colline dolci tra Sassuolo e Puianello e in cima a una collina con una vasta veduta su Sassuolo, Luigi mi chiese di fare alcune fotografie. In quel momento però avevo montato l’ 80-200mm, un teleobiettivo troppo stretto per catturare il paesaggio nella sua interezza, così scesi dalla macchina sotto la pioggia e scattai una veloce raffica a mano libera, confidando – almeno in teoria – nella possibilità di riunire gli scatti in un’unica grande visuale panoramica.

Il risultato fu sorprendente.

a sx l’obiettivo che avevo montato, a dx l’obiettivo che avrei dovuto usare
III. ripetere l’esperimento

Quella fotografia era più della somma delle sue parti, eppure non riuscivo ancora a capire perché esercitasse su di me un fascino così profondo. Riflettendoci, pensavo: se voglio un grande angolo di campo, ma ho un obiettivo dall’angolo molto stretto, basta scattare tante foto con un piccolo angolo e, dalla loro somma, otterrò un’immagine grandangolare. Ma non era tutto qui. Non avevo ancora fatto i conti con l’effetto della telecompressione: quel fenomeno per cui, con obiettivi dalla lunga focale, i piani della profondità sembrano avvicinarsi, schiacciandosi; in un unico scatto, così, si accumulano tantissimi dettagli che animano l’immagine.

In questa prima panoramica c’era una meravigliosa stratificazione dei piani: la città cupa, immersa in una realtà ostile durante un disperato giorno di pioggia, si stendeva dal primo piano fino all’orizzonte, popolata da migliaia di piccoli dettagli che la rendevano viva, come un quadro di Pieter Bruegel o di qualche altro pittore fiammingo del XV secolo. Il fumo delle ciminiere industriali saliva al cielo, mescolandosi con le nuvole in un tutt’uno gassoso, grigio e minaccioso. I colori freddi conferivano alla scena un’impressione di nitidezza acuminata, quasi tagliente come un coltello.

La composizione era quasi assente: nella fretta della raffica mi limitai a centrare l’orizzonte e a includere tutto ciò che mi sembrava interessante. Solo in fase di montaggio ritagliai parte dei bordi dell’immagine, posizionando strategicamente un grattacielo e un gruppo di ciminiere per dare un ordine visivo più armonico.

Nei giorni successivi tornai sugli stessi luoghi dello scouting per realizzare altre immagini. Ritornai su quella collina sopra Sassuolo, scegliendo però un giorno troppo umido e nebbioso, che non permise un corretto allineamento dei fotogrammi². Nonostante questo, riuscii comunque a ottenere alcune immagini profondamente ciniche e analitiche.

Grazie a uno sviluppo molto intensivo, feci emergere dalla nebbia i volumi delle case, degli uffici e dei magazzini del polo ceramico: una prospettiva geometrica che non lascia spazio a sentimenti. In questa descrizione del reale non c’è alcun giudizio di natura ambientale o sociale.

Non credo di essere ancora del tutto capace di spiegare questo concetto: solitamente le foto panoramiche si fanno con obiettivi grandangolari che lasciano entrare tutto indiscriminatamente. Per me però non era una possibilità: finché rimango all’interno di questo mondo che non capisco non ho nessuna possibilità di trovare un ordine che mi protegga dalla mancanza di senso che mi ferisce ogni giorno. Ho bisogno di allontanarmi, aumentare il dislivello positivo e tornare a guardare quella stessa realtà filtrata dal meccanismo interno della macchina fotografica. L’uso di un obiettivo che potesse mostrarmi da vicino elementi molto distanti da me era una necessità tanto espressiva quanto emotiva.

Il processo è molto lento. Non voglio entrare nel profondo della tecnica, su cui si possono trovare molti tutorial in rete, ma è essenziale per me far capire che la difficoltà del processo era una chiave di volta nella mia ricerca di un nuovo benessere psicofisico.

Attraversando nuove difficoltà della vita adulta sentivo una grandissima esigenza di perdermi dentro un sistema di regole e tolleranze bassissime, con un disperato indice di insuccesso. Ogni foto panoramica era composta da centinaia e a volte migliaia di fotografie in leggera sovrapposizione, tenendo conto della messa a fuoco a differenti livelli di profondità, delle condizioni di illuminazione che cambiano durante le ore del processo di ripresa e della parallasse della rotazione del punto di ripresa. So che tutto questo confonde, lo ero anche io. Ma ogni minuto passato a pensare come risolvere questi problemi era un minuto che riuscivo a non dedicare ai miei traumi personali. Già una vittoria.

Capirete che se per eseguire una panoramica servono centinaia di scatti in condizioni molto variabili, sui quali si ha pochissimo controllo, è molto facile che ogni sforzo vada perduto per colpa di una singola esposizione sbagliata. Però, quelle volte in cui tutto va secondo i calcoli, si supera perfino se stessi. Ci si sente di nuovo padroni di sé stessi.

iV. Smussatura e affilatura

Dopo un discreto numero di fallimenti, avevo individuato le fasi più critiche del mio processo e messo a punto un sistema operativo il più possibile automatizzato, con tabelle di conversione per le sovrapposizioni e attrezzature specifiche pensate per garantire il più alto tasso di successo possibile. Non conoscevo nessuno che producesse panoramiche così grandi e complesse, e per questo non avevo mai la certezza di dove il mio piede avrebbe trovato un appoggio davvero solido.

Le immagini divennero via via più complesse, parallelamente alla crescita della mia perizia. Si potevano distinguere due momenti ben definiti: una fase di ripresa quasi scientifica, necessaria per ottenere una riproduzione estremamente fedele del reale, e, in successione, uno sviluppo personale ispirato alla pittura, capace di trasformare tutta quella oggettività in soggettività.

Il punto restava sempre la fedeltà assoluta, ma non più nei confronti della realtà in sé: solo verso la mia percezione di essa.

Forse le immagini migliori di questo percorso sono quelle realizzate di notte o al tramonto. Per mesi uscivo con il calare del sole e rientravo al suo sorgere, per raccogliere una visione di un mondo preciso, ordinato, silenzioso: il mondo che, in un periodo di gravissima tensione, avrei voluto abitare.

Sono passati ormai diversi anni da quando questo tipo di produzione non rappresenta più per me una necessità espressiva, ma non posso dire di essere cambiato del tutto. Ancora oggi, il richiamo di un luogo di pace, trovato in cima a una collina dove poter restare solo a guardare il mondo, è un pensiero che mi restituisce una profonda sensazione di quiete.
E quale fotografo non può dire di aver desiderato, almeno una volta, di appoggiare la macchina sul cavalletto, guardare verso l’orizzonte e chiedersi:
«È già ora di tornare giù?»

Panoramiche multi ROW¹: Un tipo di fotografia composta da diverse serie di immagini sovrapposte per generare un’immagine dalla risoluzione maggiore

Allineamento dei fotogrammi²: Per produrre una buona immagine panoramica è necessario un certo margine di sovrapposizione ( 30%) tra gli scatti

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2 risposte a “Avvicinare l’orizzonte”

  1. Avatar Stefano Villani
    Stefano Villani

    Bello, grazie Mattia!

    1. Avatar Mattia

      Grazie a te Stefano!

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